In Politica
D’Alema e le poltrone co.co.co. Il Migliore nelle occasioni mancate
Filippomaria Battaglia
Presidente del consiglio, ministro degli esteri, segretario del principale partito di sinistra. La biografia di Massimo D’Alema è costellata di incarichi autorevoli, offici di alta responsabilità, mansioni di primissimo livello. Eppure.
Eppure più che di mandati di lunga scadenza, la rilettura à rebours del suo cursus honorum è piena zeppa di occasioni mancate ed esperienze fuggevoli ed evanescenti.
Una sensazione confermata ancora una volta dalla sua mancata elezione a Mr. Pesc, il ministro degli esteri dell’Unione europea. Per D’Alema, infatti, la cocente delusione (trincerata da un elegantissimo comunicato in cui si è detto onorato di essere stato comunque della partita) è solo l’ultimo smacco della sua carriera politica (che mica finisce qui).
Segretario della federazione giovanile comunista (la ex FGCI, che Baffino ha guidato dal ‘75 all’80) a ventisei anni, deputato a trentotto, direttore dell’Unità a quaranta, leader del Pds a quarantacinque (battendo Veltroni a colpi di fax): D’Alema ha la prima grande occasione nel 1997, quando si ritrova a capo della “Commissione parlamentare per le riforme istituzionali”. È quella che resterà alla storia come “Bicamerale”, nata con l’obiettivo di riformare la seconda parte della Costituzione. Un’esperienza che si conclude amaramente: dopo mille traversie (e solo un anno e mezzo dopo la sua costituzione), il progetto di revisione non andrà in porto: la Bicamerale si spegne.
Da quel dì, al lìder maximo della sinistra italiana, rimane appiccicata addosso l’accusa di “inciucio” col centrodestra, suggellata da una stagione di dialogo e strette di mano con Berlusconi che lo renderà inviso all’ala massimalista dei progressisti. Scenario non dissimile da quello che si ritroverà di lì a qualche mese, quando il primo governo Prodi cade sotto i magli della sinistra radicale e “Baffino”, a breve premier, viene accusato più o meno velatamente di tradimento da parte degli uomini più vicini al “professore”, incassando il giudizio al fomicotone dei più autorevoli giornali stranieri.
Ma per D’Alema un’altra, grande e vera, occasione è datata 21 ottobre 1998, con la nomina a presidente del Consiglio. Giunto nella stanza dei bottoni, con la benedizione del presidente emerito della repubblica Francesco Cossiga, l’ormai ex comunista può sfruttare finalmente il suo momento. E invece.
La sua esperienza a Palazzo Chigi dura poco meno di venti mesi, infrangendosi con una sonora débâcle elettorale del centrosinistra alle regionali del 2000.
Con l’arrivo del quinquennio berlusconiano, per molti osservatori D’Alema diventa l’icona di tutti i mali della sinistra, strigliata da Moretti e compagni (“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”) perchè incapace di ostacolare lo “strapotere berlusconiano” e di approvare “una dignitosa legge sul conflitto di interessi”.
L’aria sembra cambiare nel 2006: grazie alla vittoria sul filo di lana dell’Unione, il “padre nobile della sinistra italiana” si ritroverà ad essere candidato altre due volte, ma per altre due volte viene bruciato al fotofinish. Dapprima come presidente della Camera dei deputati (designazione a cui lui stesso rinuncerà, con un nobile passo indietro, per non creare dissapori tra l’Unione prodiana e Fausto Bertinotti), poi come presidente della Repubblica, impallinato da un gioco di veti incrociati che porterà il centrosinistra a proporre la nomina di Giorgio Napolitano, eletto con l’astensione del centrodestra.
Il biennio trascorso alla Farnesina come ministro degli esteri (nonché vicepremier) del secondo governo Prodi, è stato solo un felice intermezzo, nel quale D’Alema si è portato a casa diversi riconoscimenti bipartisan. Un trampolino ideale verso un incarico di prestigio fuori dell’ambito nazionale. E la figura di Mr Pesc sembrava la (nuova) grisaglia ideale per un Massimino internazionale.
E invece, e ancora: entrato papa al vertice in cui si sono decise le nomine, D’Alema ne esce cardinale. Chi lo aveva sostenuto (la “Grande Famiglia” socialista ) ora dice che sarebbe stato un perfetto ministro degli esteri europeo. Peccato però, secondo Martin Schulz, che a presentarlo fosse un governo di destra. Quello di Silvio Berlusconi…
E così Massimo D’Alema è rimasto in Italia. Pronto, magari, ad essere speso per un’altra candidatura impossibile. D’altronde per uno ferrato negli intrighi (così scriveva qualche giorno fa Ft) le occasioni non mancheranno. Basta saperle cogliere…
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