In Editoriali
Pd allo sbando:la caduta dell’impero emiliano
di Stefano Brusadello — —
A conferma che spesso anche in politica il trionfo è l’anticamera della disgrazia, il mitico «modello emiliano» scricchiola proprio ora che ha raggiunto il massimo della sua potenza espansiva.
La tremenda batosta di Bologna (il sindaco Flavio Delbono costretto alle dimissioni per una brutta storia di soldi, la procura che indaga sul sistema degli appalti, l’ex capo dell’Unipol Giovanni Consorte che accusa di tradimento i suoi ex compagni del Pd per la fallita scalata alla Bnl) è arrivata quando sembrava che l’Emilia avesse definitivamente colonizzato il centrosinistra. Con due candidati emiliani (il piacentino Pier Luigi Bersani e il ferrarese Dario Franceschini) a contendersi tre mesi fa in un inedito derby regionale la guida del Pd; partito, perdipiù, inventato da un altro emiliano, il reggian-bolognese Romano Prodi che dello schieramento progressista italiano è stato padrone dal 1996 al 2008.
Ma come nell’antica Roma la caduta dell’impero fu solo la ritardata conseguenza dell’eclissi delle virtù repubblicane, così anche a Bologna la crisi era nell’aria, figlia di tanti padri. «Già nel 1993, quando fu eletto sindaco Valter Vitali» racconta il decano della sinistra petroniana Guido Fanti, 84 anni, «io dissi pubblicamente che con lui un ciclo felice si sarebbe inesorabilmente chiuso. E, ahimè, vidi lontano». Da allora, infatti, per la sinistra di Bologna, che del «modello emiliano» (un’espressione coniata nel 1961 dal romagnolo Mario Missiroli sul Corriere della sera) è la capitale materiale e simbolica, ha avuto inizio una discesa sul piano inclinato. Prima, nel 1999, l’impensabile vittoria di un candidato del centrodestra, il commerciante di carni Giorgio Guazzaloca; poi dal 2004 l’infelice parentesi di Sergio Cofferati, cremonese, paracadutato dalla Cgil, scontroso, impopolare, perennemente ai ferri corti con l’apparato; infine il disastro di Delbono, discepolo di Prodi, dimissionario dopo sette mesi. Con il risultato che oggi l’ex grassa e felice Bologna è una città depressa (parola del bolognese Lucio Dalla), litigiosa, ma soprattutto molto spaventata.
Secondo Fanti (che rivela a Panorama come nel 1999 fu a un soffio dal convincere Romano Prodi a fare il sindaco, operazione sfumata solo perché stava maturando la sua presidenza Ue), causa principale del declino è la smarrita capacità del Pd locale di progettare il futuro, limite ancor più grave con la crisi economica che incombe. «La buona amministrazione» sostiene «non basta più. Servirebbe un programma serio, una visione di largo respiro; invece dai tempi di Vitali la sinistra bolognese pensa solo al “day by day”, nonostante gli operai abbiano preso a salire sui tetti delle fabbriche pure in Emilia».
Un’analisi condivisa dal politologo Gianfranco Pasquino, che è persino più severo. Anche per lui la crisi va retrodatata alla stagione Vitali. «In questi ultimi 10-15 anni» dice «il partito non si è più accontentato di essere l’espressione della città, ha tentato di assumerne il controllo. Ma malamente, senza fantasia, e senza un reale rinnovamento della classe dirigente. Il Pd si è ridotto a un grande ufficio di collocamento, è un partito di poltronisti divenuto il riferimento di altri poltronisti, cioè di coloro che non potrebbero vivere senza una carica di sottogoverno. Ma quanto può durare?».
Se in ogni modello di sviluppo la politica esercita il suo peso, nel modello emiliano-bolognese è infatti determinante. La formula magica che ha trasformato in una delle aree più prospere d’Europa quella che fino a tutti gli anni 50 era una zona agricola con ampie sacche di povertà e una cronica conflittualità tra braccianti e latifondisti è stata un’industrializzazione amorevolmente assistita dalla politica. Soprattutto dal Pci-Pds-Ds, ma anche dal movimento repubblicano, socialista e cattolico, qui legati da un ecumenismo sconosciuto altrove. A Bologna gran parte dei meriti va a sindaci eccellenti come Giuseppe Dozza (dal 1945 al ’66), Guido Fanti (’66-70), Renato Zangheri (’70-83), Renzo Imbeni (’83-93); e pure a grandi personalità cattoliche come il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo dal ’62 al ’78, e Giuseppe Dossetti, nume del cattolicesimo popolare, inventore di quei consigli di quartiere, oggi spenti e non più ascoltati dall’amministrazione, che assicurarono per decenni una perfetta armonia tra il partito e i cittadini.
Non è un caso, quindi, se a Bologna l’impoverimento della politica stia comportando conseguenze più rilevanti che in altre città. «Dove il rapporto diretto fra i cittadini e la sinistra è stato sempre così stretto» osserva il capo della Cisl locale, Alessandro Alberani, «la chiusura in se stessa della nomenklatura è un trauma, aggravato dai nuovi meccanismi istituzionali, come lo svuotamento del potere dei consigli comunali e l’impossibilità degli elettori di scegliersi i parlamentari. E si sente la mancanza della vecchia scuola quadri del Pci».
Claudio Levorato, presidente della Manutencoop, 1 miliardo di fatturato l’anno, sottolinea un altro fenomeno alla base del crescente scollamento tra il partito rosso e la società civile petroniana. «Ormai, con la crescita di dimensioni delle aziende cooperative, con la diffusione su scala nazionale e magari internazionale dei loro interessi, il legame con la politica bolognese si è allentato, conta sempre di meno». È il caso della sua azienda, che ha come interlocutori le principali imprese italiane, ma anche degli altri colossi cittadini: Granarolo (latte), Camst (ristorazione), Coop Adriatica (grande distribuzione), Coop Costruzioni.
Oggi Bologna non può più, ammesso che questa semplificazione in passato fosse proponibile, essere dipinta come una città monocolore, sinistradipendente. L’università non ha mai avuto un rettore comunista. Il Mulino, basti pensare alla figura di Nicola Matteucci, è un faro di cultura liberaldemocratica, non certo marxista. Prometeia di Nino Andreatta e Nomisma di Prodi sono di ispirazione cattolico-democratica. Il giornale leader, Il Resto del Carlino, è su posizioni moderate. Il mondo delle banche, casse di risparmio e fondazioni è equamente diviso tra l’influenza della massoneria e quella della curia.
L’associazione dei commercianti, la Confagricoltura e la Confindustria (dove ha una certa influenza Luca Cordero di Montezemolo) non sono certo tenere con il centrosinistra. E oggi, anzi, l’impressione di Pasquino è che la scialba stagione di Cofferati e il caso Delbono stiano facendo venire meno nei potentati locali anche quella fiducia di fondo nella capacità della sinistra di fungere da grande stabilizzatore della città e dei suoi affari. Uno smarrimento acuito dai numeri dell’economia, che volgono al brutto. «Siamo arrivati» dice Alberani «a 60 mila iscritti nelle liste di collocamento: un record». Il deputato del Pdl Enzo Raisi evoca la delocalizzazione e la crisi di due settori trainanti come la ceramica e la meccanica, ma accusa anche la gestione politica, perché «sulle infrastrutture a Bologna non si è investito come a Milano».
In questo quadro la scalata alla Bnl orchestrata nell’estate 2005 da Giovanni Consorte, capo della Unipol, società assicurativa del mondo cooperativo, deve essere letta anche come un tentativo di rilancio dell’egemonia cittadina attraverso il controllo di una grande banca, un asso che la sinistra non aveva mai avuto in mano.
E il suo fallimento, dovuto alla contrarietà dei rutelliani e dei prodiani che temevano un eccessivo rafforzamento dei Ds in vista dell’operazione Pd (e soprattutto, secondo Consorte, all’acquiescenza nei loro confronti del tandem D’Alema-Veltroni), rimanda a un altro motivo del declino rosso a Bologna e dintorni. Con la nascita del Pd, sebbene nessuno voglia affermarlo ad alta voce, a rimetterci sono stati gli ex azionisti di maggioranza. La vita di sezione si è ulteriormente insterilita, i militanti che erano disposti a dare il sangue per la bandiera rossa non mostrano uguale disponibilità per il nuovo partito, e tutta la grande macchina del «modello emiliano» ha sempre meno benzina nel serbatoio.
PANORAMA.
