Pubblicato: 29 luglio 2010 alle 23:33
In Esteri

Abusi in Asia: la comunità internazionale punta il dito contro India e Giappone

 

Scorcio indiano (credits: LaPresse) Scorcio indiano (credits: LaPresse) 

Nelle ultime settimane la Cina è finita sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo prima per l’ondata di suicidi che ha colpito la Foxconn, il gigante taiwanese che produce nella Repubblica popolare Ipad, Ipod, Iphone e Mac Mini per la Apple oltre ad applicazioni tecnologiche per moltissime altre multinazionali occidentali. Poi, per gli scioperi che hanno bloccato i partner di alcune aziende automobilistiche giapponesi e tanti altri stabilimenti. E’ stato scritto che gli operai cinesi sono scesi in piazza per protestare contro i soprusi di cui sono quotidianamente vittime in quelle che in tanti definiscono oggi ‘le fabbriche degli orrori’. Turni massacranti, pochissime pause, alloggi quasi sempre ubicati in dormitori fatiscenti, pochi contatti con i colleghi, e tanta, troppa, competizione.

Purtroppo, però, la Cina non è l’unico Paese asiatico in cui la popolazione è vittima di discriminazioni. In questi giorni la comunità internazionale ha infatti puntato il dito contro India e Giappone, colpevoli di aver adottato politiche discriminatorie e poco trasparenti. 

Nuova Delhi, ad esempio, si trova a dover far luce sulla decisione presa da alcune banche del Paese di non voler concedere prestiti e di rifiutare l’apertura di conti correnti ai clienti musulmani. Gli islamici in India rappresentano la minoranza più numerosa ma anche quella più povera. La commissione nazionale incaricata di tutelare i diritti delle minoranze ha registrato un aumento del 100% dei ricorsi per discrimazione presentati da cittadini musumlani. Le banche si sono difese affermando che la religione non ha avuto alcun impatto sulla scelta di non concedere servizi finanziari agli islamici ma che sarebbero proprio le precarie condizioni economiche di questi ultimi a non offrire agli istituti di credito le garanzie necessarie per concedere assistenza ai potenziali clienti. Argomentazione che non regge soprattutto nel caso dell’Andhra Pradesh, stato in cui 90.000 studenti mussulmani non hanno potuto nemmeno aprire un conto per depositarvi le rispettive borse di studio ricevute dal governo.

Diverso è il caso del Giappone, dove le vittime di discriminazioni, sono, purtroppo, ancora i lavoratori cinesi. Nella città di Hiroshima arrivarono infatti circa tre estati fa sei giovani donne cinesi assieme decine di migliaia di apprendisti che Tokyo era solita invitare ogni anno per offrire loro un programma di formazione comprensivo di rimborso spese con la prospettiva di poter poi rientrare nel proprio Paese con conoscenze in grado di aiutare gli apprendisti a trovare un lavoro migliore. A dispetto delle nobili apparenze, le giovani cinesi hanno raccontato oggi di aver passato la maggior parte del tempo ad assemblare cellulari in catena di montaggio (toccando anche le sedici ore di lavoro quotidiano) con una paga al di sotto dei minimi garantiti nel Paese e senza ricevere alcun tipo di formazione. Subito dopo aver diffuso questi dettagli, le cinesi sono state allontanate dal programma. E ora un avvocato giapponese le sta aiutando a fare causa all’azienda in cui hanno effettuato il tirocinio allo scopo di ricevere un rimborso per danni pari a 207.000 dollari. 

In Giappone vivono e lavorano oggi almeno 190.000 apprendisti stranieri. L’unica risorsa, commentano alcuni esperti, per fare andare avanti un Paese che invecchia troppo velocemente e che ha una rigidissima legislazione in materia di immigrazione. Questo però non implica che i lavoratori debbano essere discriminati. E il governo, consapevole che la maggior parte degli abusi è praticata da piccole aziende che, non potendo delocalizzare, sfruttano gli apprendisti asiatici per tagliare i costi di produzione, dovrà ora trovare un modo per porre fine a questa pratica ingiusta e illegale.

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