Pubblicato: 29 luglio 2010 alle 23:37
In Interni

Mulè: stragi di mafia, un’orgia di retorica e demenzialità

Quest’ultimo anniversario della strage di via D’Amelio, con l’eccidio di Paolo Borsellino e di cinque agenti di scorta, ha rappresentato uno dei punti più bassi mai toccati nella storia della lotta alla mafia. Prima e dopo il 19 luglio abbiamo letto e assistito ad affermazioni a dir poco strampalate e a congetture, sulle indagini, a dir poco tracotanti.

Con l’aggravante che i protagonisti sono stati soprattutto i magistrati, cioè quegli inquirenti che dovrebbero seguire, con scrupolo e senza alcun preconcetto, gli sviluppi dell’inchiesta.
Fosse stato un Leoluca Orlando qualsiasi (quello che prima schiumava rabbia e odio contro Falcone e poi, dopo la morte, piagnucolava) chissenefrega. 

Il problema, ripeto, è che siamo ormai stufi di sentir parlare di «stragi di Stato», perché  la dietrologia rappresenta sempre la scappatoia più vile per chi non è riuscito a trovare il bandolo della verità. Può un alto magistrato come Roberto Scarpinato in servizio come procuratore generale a Caltanissetta, dove si coordinano le indagini, dichiarare: «Sono tantissimi quelli che sanno, in tutto o in parte, cosa si celi dietro le stragi. Un esercito di persone che non parlano»? Può impunemente aggiungere: «C’è un sigillo che cuce le bocche di tutti, perché la lezione della storia dimostra che non c’è salvezza fisica fino a quando il potere che ha ordinato e coperto le stragi resta in sella»?

Che cosa aspetta Scarpinato a interrogare queste persone e a incriminarle per favoreggiamento di Cosa nostra se ha gli elementi granitici di cui vaneggia? Non basta. Il procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo è andato oltre (leggete a questo proposito il commento di Vittorio Feltri a pagina 75). Prima ha dichiarato che ci sono «molte persone», tra le quali alcuni «amici» di Borsellino, che potrebbero raccontare retroscena sulla strage; poi ha gettato un’ombra pesante e velenosa sulla politica che non sarebbe in grado di accettare la «verità» sull’eccidio. Per Gozzo vale lo stesso discorso di Scarpinato: chiami gli «amici» di Borsellino, convochi in procura quelli che bolla come «traditori» del giudice e li metta subito di fronte alle loro responsabilità, visto che sembra avere già gli elementi per lanciare accuse così terribili. Viceversa taccia e tenti soprattutto di lavorare con quel sacrale rispetto per la verità che era proprio di Falcone e
Borsellino. Prenda lezione da loro: impari l’arte del silenzio sulle indagini in corso e applichi lo stesso puntiglio e la stessa caparbietà che avevano i due giudici assassinati
nella ricerca delle prove e dei riscontri.

A scanso di equivoci, io sto con il colonnello Sergio Di Caprio, «Ultimo» per le cronache e cioè l’ufficiale dei carabinieri che arrestò Totò Riina. A lui quest’orgia di retorica e di demenzialità non va proprio giù. Ed è per questo che, riferendosi al vasto campionario di umanità che, dal pentito Spatuzza al giovane Ciancimino, sta alla base di questa nuova vampata di complottismo, non ha esitato a denunciare una grande manovra di depistaggio: «Sento strani personaggi» ha detto «che riferendosi alle stragi di via D’Amelio e di Capaci parlano di stragi di Stato. Evidentemente, queste persone vogliono delegittimare lo Stato e legittimare Cosa nostra e dunque sono dei vili criminali. Mi sembra che il patto tra mafia e pezzi dello Stato sia quello che stanno facendo adesso questi signori, portando avanti le tesi di Riina. I ragazzi devono invece sapere che lo Stato ha combattuto la mafia e ha vinto. E i servitori dello Stato pagano prezzi altissimi e meritano rispetto».

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