Pubblicato: 29 luglio 2010 alle 23:38
In Editoriali

Ferrara: Tremonti, fedele al Cav. ma libero di pensare con la propria testa

E’ una buona notizia l’intervista politica di Giulio Tremonti (La Repubblica di domenica 18 luglio), che in passato aveva spesso rinunciato a pronunciarsi, a entrare nel merito dei conflitti, e aveva suggerito una certa elegante ma rinunciataria tendenza all’elusione. Stanato, Tremonti migliora. Il ministro dell’Economia, come era prevedibile, non ha accontentato nessuno. L’Italia è fatta così. Non c’è molto spazio per comportamenti non troppo schierati, per idee e ragionamenti che non abbiano immediata utilità. Così il giornale di Eugenio Scalfari e di Ezio Mauro non era contento perché della cosiddetta P3, la lobby dei poveracci che raccomandava magistrati poi votati dal vicepresidente del Csm Nicola Mancino, e da molti togati e laici di sinistra, Tremonti s’è liberato con una battuta diminutiva.

Silvio Berlusconi non ha pronunciato verbo, ma tutto quel che è dibattito politico, anche se con una b sola, anche se sobrio e non professionale, sembra non riguardarlo: lui, il gran capo populista, risolve ogni problema con frequenti visite all’Ikea, duetti annunciati con Charles Aznavour sulla guglia del Duomo di Milano, rutilanti attività da star dei media e della politica. I colleghi di governo, che detestano il sarcastico supertecnico, superpolitico e superintellettuale, che odiano il suo metodo intimidatorio («Siete tutti ministri senza portafoglio»), la sua taccagneria operosa e sempre lodata in Europa, hanno avuto un’ulteriore conferma del fatto che tra loro si annida un tipo altezzoso capace di parlare di storia, di geografia, di sapienza biblica, di grandi teorie antropologiche sullo sviluppo in Occidente, e di essere occhiuto sui conti pubblici e sempre controargomentativo quando a un altro viene un’idea, per definizione «sbagliata» nel lessico individualista del ganzo Giulio.

L’intervista di Tremonti tendeva a scavalcare un po’ i problemi, ma a un ministro che ha la responsabilità della finanza pubblica non si può onestamente chiedere un atteggiamento tifoso, una posizione politica da branco. Tremonti ha però dissipato il sospetto che il suo legame con la Lega di Umberto Bossi sia vincolante, perché sul federalismo fiscale ha detto e fatto cose che non danno l’idea della faciloneria, del pressappochismo politicistico, dello scambio a somma zero. Ha chiamato Berlusconi a esercitare la leadership che gli è riconosciuta, non si è fatto impegolare nel pettegolezzo personale su Gianfranco Fini e il resto.
È il suo stile, la sua caratura; può piacere o no, ma Tremonti è fatto così: può comiziare davanti alle partite iva e riprendere subito dopo a sussurrare in un convegno della sua amata Aspen; può essere odioso con i media, facendo il bullo, ma è uno che si spiega e che fa spesso la gioia degli interlocutori con i suoi voli pindarici sul Levitico e su Bretton Woods. L’importante è che con l’intervista di Tremonti si sia riaffermato il principio secondo cui nel governo e nel Pdl, ferma restando la funzione di raccordo e direzione di Berlusconi e del suo entourage, le teste non servono solo per essere contate o tagliate, possono perfino rendersi utili pensando qualcosina e non lasciandola nascosta nel foro interiore.

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