Pubblicato: 15 maggio 2011 alle 23:20
In Elezioni

La vera posta in gioco nelle città

di Stefano Folli
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Secondo un sondaggio senza pretese scientifiche realizzato da Radio 24 nelle ultime ore, circa il 90% degli italiani è deluso, scontento o francamente disgustato per l’inutile asprezza e infine per la volgarità della campagna elettorale. Non è la prima volta che accade ed è molto dubbio che sia l’ultima.

Peraltro, su un punto ha ragione Silvio Berlusconi: il risultato delle amministrative avrà un significativo riflesso sugli assetti politici nazionali. Soprattutto a Milano, è ovvio, ma senza trascurare Napoli e financo le due maggiori città dove il centrosinistra si ritiene tranquillo: Torino e Bologna.Sono elezioni in cui si eleggono i sindaci, ma il loro esito peserà a Roma. Gli indizi ci sono tutti. Questo spiega la frenesia di un presidente del Consiglio che negli ultimi giorni si è precipitato a occupare tutti gli spazi, dando l’impressione di essere impegnato in una contesa all’ultimo sangue, non solo con le procure, tradizionale bersaglio polemico, ma con l’alleato leghista più che con l’opposizione. La stessa uscita malaccorta di Letizia Moratti contro Pisapia sembra rispondere all’esigenza di sottrarre consensi al Carroccio per pilotarli sulla lista berlusconiana: nel segno di quel “referendum” personale che il premier a Milano vuole vincere a tutti i costi. E si capisce perché: il ballottaggio a questo punto sarebbe una mezza sconfitta, consegnerebbe a Bossi il bandolo della matassa, aprirebbe infinite incognite.

In passato Berlusconi ha quasi sempre avuto ragione – sotto il profilo di una logica di potere – nell’inasprire la tensione e lacerare il Paese: nel senso quantomeno che i risultati lo hanno confortato, come dimostrano diciassette anni vissuti non sempre alla guida dell’esecutivo, ma certo al centro della scena politica. Eppure ogni volta l’operazione è più costosa, suscita dubbi tra gli stessi elettori e lascia le istituzioni stremate. Cosa accadrebbe stavolta se il calcolo fosse sbagliato e il plebiscito intorno al leader non andasse a buon fine?
A Milano è cominciata la grande, complessa avventura di Berlusconi. Non è strano che a Milano si decida domani e lunedì se quest’uomo di straordinaria personalità e spregiudicatezza è ancora capace di avere un futuro politico; se è ancora in grado di determinare gli equilibri di Governo, in luogo di esserne condizionato. La posta in gioco è molto alta e le previsioni piuttosto difficili. Sappiamo che l’indice dell’astensione potrebbe crescere, in sintonia con un certo fastidio diffuso verso le esasperazioni polemiche di una campagna in cui, una volta di più, i temi concreti delle amministrazioni cittadine sono rimasti nell’ombra. Anche per responsabilità del centrosinistra, che quasi mai riesce a dare il tono del confronto e di solito rimane soverchiato, per non dire soggiogato, dal modo berlusconiano di giocare la partita. È il premier a fissare le regole del gioco e poi a stravolgerle. L’opposizione troppo spesso subisce e attende che la grandinata finisca.

Il problema, del resto, non è tanto l’aumento dell’astensione in sé, che ci avvicina alle medie europee, quanto il fatto che il non-voto è figlio della mediocrità della classe politica: quindi è un atto di rassegnazione, l’avvilito rifiuto con cui un segmento non irrilevante di opinione pubblica respinge un sistema inerte: incapace, non solo di agire, ma ormai anche di parlare un linguaggio comprensibile ai cittadini. Se a Milano un consistente numero di milanesi resterà a casa, vorrà a dire che la linea oltranzista era sbagliata; che ha fatto male Berlusconi a cavalcarla male il sindaco in carica ad assecondarla.
Vorrà dire che aveva ragione Bossi nel definire inutili (perchè non portano voti) certi discutibili attacchi personali.
Di sicuro, in caso di ballottaggio nel capoluogo lombardo, comincia un’altra storia.
È facile prevedere che la Lega vorrà molto di più al tavolo del governo.
Lo ha già fatto capire, anche con il secco “no” opposto all’idea berlusconiana di condonare gli abusi edilizi a Napoli. Sono gli strascichi di una campagna rancorosa e affannata.

Il paese meriterebbe di meglio, almeno nei due anni scarsi che mancano alla fine di una legislatura sfortunata: meno litigi e più spirito costruttivo.
Il presidente della Repubblica non si stanca di sottolinearlo. Ma occorrerebbe ricostruire dalle fondamenta un sistema politico e una classe dirigente di maggioranza come di opposizione.
Vasto programma, avrebbe detto il generale De Gaulle.

il sole 24 ore

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