Bari scrive
Le questioni vanno interpretate per gli effetti già vissuti, per gli episodi già accaduti e per le possibili conseguenze future. Vanno interpretate perché se ne traggano i giusti segnali di pericolo. Serve, a tal fine, la giusta ricostruzione cronologica dei fatti, scremata dagli aspetti più marcatamente ideologici e strumentali. La verità su ciò che è accaduto è la sola che può far emergere le necessità di soluzioni immediate e/o indicare una possibile strada futura. Solo così si può valutare la portata dei provvedimenti adottati e si possono trarre le ipotesi per i provvedimenti di carattere definitivo da proporre. Le vicende vanno dunque comprese a 360°, soprattutto per prevenire nel futuro analoghi fenomeni di inammissibile degrado civile ed, infine, per discutere ed adottare quelle che dovrebbero essere le scelte definitive nell’interesse del Paese.
Non servono appelli per una parte o per l’altra, non servono scioperi, altre violenze, distruzioni, scontri con la polizia, raccolte di firme, posizioni di estremismo ideologico, gruppi su Facebook. Le questioni non si risolvono a chi grida di più, a chi minaccia di più, a chi strumentalizza di più a chi riesce a mobilitare di più. C’è molta confusione sull’argomento immigrati in Italia, ma c’è altrettanta confusione sulla stessa interpretazione del concetto di democrazia, c’è confusione su cosa sia l’autodeterminazione di un Paese, sui valori della solidarietà, della coscienza nazionale, come confusione c’è sul principio della legalità.
La strumentalizzazione politica ci mette del suo e non aiuta mai a capire. Non sappiamo ancora cosa si intenda, ad esempio, per multietnico, per multiculturale, per pluralismo etico, per integrazione, come non è dato di sapere se in Italia chi risiede regolarmente, e ne ottiene la cittadinanza secondo le leggi vigenti, goda degli stessi diritti di tutti e soprattutto se a tutti sia chiesto di assolvere gli stessi doveri. Di certo, ciò che nessun paese civile si dovrebbe poter permettere è la giungla. Ma in Italia, molto spesso, quella con la giungla è una convivenza forzata.
Ai margini di una crisi recessiva che ha messo a dura prova l’apparato produttivo del Paese e che ha accentuato una crisi occupazionale che al Sud ed in Calabria è già da sempre un fenomeno endemico, c’è da prendere atto che c’è una parte del Paese che vive, produce e commercializza nell’illegalità, che sfrutta la manodopera clandestina per il lavoro più duro, che sfugge ai controlli, che si avvale di protezioni omertose. Questa parte del Paese, in massa, per pigrizia, per debolezza, ovvero per complicità, per ignoranza, per cinismo, o per paura, fa finta di ignorare in quali condizioni disumane di vita sono presenti sul territorio nazionale un numero rilevante di bambini, donne e uomini, di nazionalità extracomunitaria e per lo più clandestini.
E’ in questa confusione, mal tollerata da una parte e dall’altra, che vanno inquadrate, a Rosarno, sia l’esasperazione degli extracomunitari sia quella dei cittadini, sfociate poi nella guerriglia urbana. Se l’effetto scatenante è stato un atto di stupida criminalità, si può a ragione affermare che la fiamma dello scontro bruciava già sulla pelle di tutti.
La questione di Rosarno, però, se, invece di spingere a riflettere, rianima lo scontro e la polemica politica, ottiene il risultato di mortificare ancora una volta il buon senso. Ci si sofferma, infatti, sulla propaganda, sullo scambio di accuse, sulla visione dei fatti a proprio uso e consumo, su scenari di comodo, sugli slogan, su tutto ciò che in definitiva non serve. Tutto questo non solo non è utile a risolvere alcunché, ma contribuisce a confondere le questioni ed a mantenere nel vago la complessa pericolosità di un fenomeno.
In Italia, e siamo alle solite, la conseguenza di ogni decisione non presa è sempre il rinvio, sine die, del problema. Oggi, per non saper scegliere, rischiamo di porre le basi a quella che potrà rivelarsi la nuova barbarie del secolo d’apertura del terzo millennio. Tutto può essere rinviato, infatti, meno che le questioni che minano l’unità del Paese, la sicurezza nazionale, la convivenza civile delle comunità urbane ed il rispetto delle leggi.
Eppure la legalità è la parola magica di tanti pifferai! Ma ha valore solo se la si usa contro una parte politica. Non è lecito criticare le sentenze, non è lecito accusare la magistratura di fare politica, non è lecito difendersi dalle accuse più astruse, ma non si dice, ad esempio, che è illegale entrare clandestinamente in Italia e non si dice che è illegale ignorare i controlli e le leggi sul lavoro. Non si dice, infine, che è illegale il caporalato e porre in stato di schiavitù la manodopera.
Dov’era la legalità allora a Rosarno? Di chi le responsabilità? Dov’erano magistratura, guardia di finanza, ispettorato del lavoro? Dove i sindacati?
La regolarità di un rapporto di lavoro dovrebbe essere oggi un requisito imprescindibile. La violazione dovrebbe essere considerata come complicità nel reato di clandestinità. L’evasione contributiva e fiscale dovrebbe essere considerata come un reato contro il patrimonio dello Stato e sanzionato come tale.
Legalità vuol dire comprensione, giustizia, soddisfazione, dignità. Con le regole rispettate da parte di tutti, e solo così, si può parlare di integrazione e di società aperta al confronto di civiltà con le altre etnie e con le tradizioni dei diversi sentimenti religiosi.
Vito Schepisi
E’ nello stile del “si può fare”, perché tutto ciò che è ”americano”, in Italia, se a stabilirlo sono i soliti noti, è politicamente corretto. E’ nato così il Partito Democratico, con le primarie drogate, dopo una grande kermesse al Lingotto di Torino per investire già tre mesi prima Veltroni, benedetto dalle grandi famiglie industriali italiane e da un gruppo editoriale di grande impatto ideologico nell’area della sinistra italiana.
Le primarie in Italia erano già state introdotte appena due anni prima, volute da Prodi che, consapevole di essere nell’area della sinistra italiana un espediente più che una soluzione, voleva legittimarsi alla candidatura nelle politiche del 2006 per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una legittimazione politica che a quanto sembra è servita a ben poco, come a ben poco è servita quella di Veltroni nel 2007 ed a ben poco, sembra di capire, servirà anche quella recente di Bersani.
Se le riflessioni sono un aiuto alla comprensione dei fenomeni, e se possono servire come indicazioni per le scelte future, occorre dire che la forma deve essere sempre un modo per far emergere le qualità delle cose e mai, viceversa, un modo per celarne la sostanza. Primarie si, ma su scelte vere!
Nel Partito Democratico appare sempre più difficile, però, poter guardare alla sostanza in quanto c’è una gran quantità di scelte non fatte, di equivoci non risolti, di strategie del divenire troppo vincolate alle nostalgie del passato. Sono apparsi, inoltre, nel partito che in due anni è stato prima di Veltroni, poi di Franceschini e che ora è guidato da Bersani, più i metodi tipici di una opposizione al sistema, che richieste di modifiche alle soluzioni dei provvedimenti in discussione, e tanto meno si è avvertita la presenza di proposte politiche alternative, se non quella di dire: vada via Berlusconi che ci mettiamo noi qualcuno di diverso.
Nel PD ci sono molte voci diverse che gridano, e sono spesso voci divergenti. Per un partito di natura popolare può essere anche giusto che sia così, ma se è vero che in questo modo si riesce a coinvolgere un arco trasversale delle realtà sociali e del pensiero politico del Paese, è anche vero che spaventa la sua parte moderata e che disorienta e delude quella più pregiudiziale e dura. Il risultato finale è che il PD non riesce ad aggregare e viene visto dai suoi alleati più come un serbatoio da cui attingere, soprattutto dopo che alle politiche del 2008, con l’appello ad evitare il voto inutile, Veltroni aveva cannibalizzato i partiti minori.
Le contraddizioni, se sono tante, finiscono sempre per emergere. Le primarie, ad esempio, si fanno a corrente alternata, e si ammettono solo i candidati che non disturbano, ed accade anche che si facciano quando fa comodo e che si neghino quando si mostrano scomode.
Sono mesi che in Puglia il governatore uscente Vendola, forte della fiducia sempre ricevuta dal maggior partito della coalizione di sinistra che nel 2005 vinse le elezioni, chiede la legittimazione della sua gestione con la riconferma della candidatura alla presidenza. E sono mesi che il PD fa finta di non sentire.
La contraddizione più evidente è che i responsabili del partito democratico magnificano la gestione passata, ma pongono ostacoli alla sua riconferma; esaltano l’esperienza della gestione della sinistra radicale in Puglia, ma indicano una strada moderata per una nuova esperienza politica in compagnia di Casini. Ed è così che la Puglia è in bilico tra il desiderio di D’Alema di allargare la maggioranza al centro, nell’ottica di un laboratorio politico per preparare le future competizioni elettorali nel Paese, e quello della riconferma di Vendola; tra la difesa della tenuta complessiva della sinistra, con l’aiuto di una componente moderata, e l’interesse, un po’ personale ed un po’ politico, di un pezzo della sinistra più estrema di non spegnersi.
Resta che sulla richiesta delle primarie da parte del governatore uscente, che sa di poter ben controllare il territorio amministrato da 5 anni, il PD nicchia confondendo tutti, e confondendosi da solo, tra le primarie di coalizione e le primarie di partito, tra la modifica della legge regionale sulle candidature dei primi cittadini delle grandi città ed i propositi dei allargamento della coalizione.
Primarie si, primarie no! Il PD non sa se coprirsi i piedi o le spalle. Come accade con l’alleato Di Pietro: il PD non sa mai cosa fare! Non sa mai se far maturare il suo processo democratico o andare all’assalto.
Se le dichiarazioni di Emiliano rese all’assemblea della Camera Penale non hanno convinto alcuni giornalisti, a me e a molti avvocati presenti in assemblea hanno addirittura sbalordito.Non perchè Emiliano si sia esibito in un’ennesima giravolta (chè a quelle ci siamo abituati), ma per la facilità, direi la superficialità con la quale ha affrontato una delicatissima questione, decisiva per la giustizia (l’intero Distretto della Corte d’Appello, da Bari a Foggia) e per la Città, per giunta di fronte ad un pubblico qualificato (avvocati, magistrati e cancellieri) che da anni soffre sulla propria pelle le oscitanze della “politica”.Sentir dire che lui attende “indicazioni strategiche” dalla Commissione di Manutenzione della Corte per la scelta di una “soluzione provvisoria” significa voler ribaltare su altri la responsabilità di non aver trovato la soluzione nonostante siano trascorsi cinque anni da quando è stato eletto sindaco.Oggi siamo a due mesi dalla scadenza della locazione del Palazzo di via Nazariantz (e sotto diffida del locatore a sgombrare l’edificio) e con una “determina” di sgombro delle aule di udienza, emessa dallo stesso comune.In sostanza ecco la beffa di un Comune che prima diffida a sgombrare e poi all’ultim’ora attende “ordini contrarii” dalla Commissione di Manutenzione che adesso è costretta ad arrangiarsi per trovare un palazzo qualsiasi in tutta fretta e in limine….litis.Chi poi debba pagare il costo della ristrutturazione e adattamento del palazzo alle nuove funzioni è questione che al sindaco pare non interessi: tanto c’è il Ministero che vede e…….provvede!Così come pure al sindaco non interessa quanti mesi occorreranno per la ristrutturazione e il trasferimento di arredi e documenti nè in quale situazione illecita nel frattempo si eserciterà la giustizia penale a via Nazariantz.Quanto alla soluzione definitiva e cioè alla questione dell’accorpamento nella “sede unica” della giustizia – su cui tutti gli operatori della giustizia sono d’accordo – Emiliano, ecco la sorpresa, dimentica e butta nel cassetto la sua proposta “arcipelago” e ci annuncia che la “cittadella” si deve fare sul suolo di via della Carboneria, lo stesso suolo sul quale è naufragato il II palazzo di giustizia.Ma a chi, sbalordito, gli faceva rilevare che il suolo era insufficiente, il sindaco ha replicato che, per renderlo più esteso, si poteva abbattere la scuola elementare ivi esistente, quella stessa scuola che fu inaugurata 15 anni orsono, finanziata con il decreto Falcucci e necessaria come il pane agli abitanti del Libertà.Non solo ma a chi obiettava che quello non era un suolo destinato dal PRG a servizi per la giustizia ma ai servizi per i residenti del quartiere Libertà, ha replicato che a tanto si poteva rimediare facilmente con una “variante urbanistica”, lui che è stato sempre contrario alla variante per la Cittadella della S.p.A. Pizzarotti, ma che oggi invece è pronto a sottrarre al quartiere i suoli indispensabili per i servizi pubblici per i quali il Libertà è al di sotto del 300% rispetto agli standard’s.Infine alla domanda sul chi avrebbe pagato la nuova “Cittadella sul Cimitero”, il sindaco, l’uomo della finanza creativa, ha tirato fuori dal cilindro la soluzione del project financing, parola per lui misteriosa e……..miracolosa.Che cosa sia e quanto costi il sindaco non lo sa, ma è una parola di moda! E poi c’è sempre il Ministero che “deve” scucire i quattrini.Peccato che al Ministero non ci sia un soldo e non sappiano cosa sia la “finanza creativa”.Un tempo, c’era chi moltiplicava i pani e i pesci……Ma oggi?
avv. Ettore Bucciero (per sè emolti avvocati)
Giustizia penale peripatetica
E’ di questi giorni il dibattito in sede legislativa sulla riforma della giustizia. Da una parte coloro che, volendo una giustizia se non rapida quantomeno rispettosa dei tempi costituzionali (art. 111 cost) ritengono utile riformare il processo anche attraverso la riduzione dei suoi tempi, e dall’altra coloro che, pur non affermando una contrarietà di principio, replicano che tuttavia, ad evitare che le conseguenze possano gravare solo sui magistrati, occorre accompagnare la riforma ad una notevole dotazione di mezzi e strutture che consentano ai magistrati di accelerare i processi.Tra i “mezzi” possiamo annoverare cancellieri, dattilografi e funzionari dirigenti oltre gli opportuni strumenti elettronici, tra le “strutture” principalmente moderni e razionali edifici che possano adeguatamente ospitare l’aumento degli organici e degli strumenti richiesti.Ebbene già in sede locale si coglie una vistosa contraddizione che fa apparire come un alibi e cioè strumentale la richiesta di più uomini e mezzi poichè proprio da chi avanza questa richiesta nulla si è fatto o proposto per risolvere sia la ventennale questione dell’accorpamento razionale dei varii palazzi di giustizia in una sede unica sia la questione, ormai drammatica, degli uffici penali che tra un mese devono sgombrare.Quest’ultima questione, non sufficientemente seguita dai “media”, sembra esplosa quasi all’improvviso nel mentre covava irrisolta da anni e si era manifestata apertamente con la sentenza della Corte d’Appello che sanciva definitivamente l’illegittimità del palazzo di via Naziariantz per violazione della destinazione urbanistica.Ebbene in due anni il Comune non ha ritenuto di dover risolvere nessuna delle due questioni: quella generale della sede unica e quella immediata della sede provvisoria degli uffici penali.Il Comune, occupato ossessivamente e tutto preso dal contrastare la proposta della Pizzarotti S.p.A. per la Cittadella anche a costo di farsi condannare più volte – e con rifusione di spese di lite milionarie – dalla Cassazione e dal Consiglio di Stato, non ha proposto in oltre cinque anni una soluzione alternativa alla Cittadella nè ha tamponato in qualche modo quella delle sede provvisoria degli uffici penali.Ed anzi ha obbligato il capo del proprio Ufficio Tecnico ad emanare una “determina” che, onde evitare responsabilità penali ed erariali, mostrava l’apparente acquiescenza del Comune alla sentenza della Corte a mezzo del farsesco escamotage di “sfrattare” dal palazzo le aule per le udienze e i dibattimenti. In sostanza il Comune, obbligato per legge a risolvere le questioni delle sedi giudiziarie, sfratta sè stesso…..per mettersi a posto!Nell’indifferenza dell’Ordine degli Avvocati, di alcune Associazioni forensi e dell’A.N.M. che solo di recente ha alzato la voce, la vicenda si è trascinata sino ad oggi per costringere tutti a decidere ad horas, sotto la mannaia dell’emergenza, che sembra creata a bella posta per giustificare eventuali scelte a favore di questo o quel proprietario d’immobile, pronto a riceversi un bel canone di locazione e qualche miliardo per la necessaria ristrutturazione del palazzo.E tutto questo solo per evitare di adottare la soluzione che in questi anni si è rivelata unica, razionale ed economicamente percorribile: quella della Cittadella proposta dallo “straniero” Pizzarotti, un imprenditore tra i più grandi in Europa ma che sfortunatamente non fa parte del “salotto buono” locale.Ma tant’è: oggi siamo al punto di dover scegliere tra l’esercizio della giustizia penale sui marciapiedi o il trasferimento tra molti mesi nel palazzo scelto dal sindaco.Dispiace pertanto che, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, nel gennaio di quest’anno il Presidente della Corte d’Appello sia rimasto inascoltato quando, a chiare lettere, denunciò che sull’edilizia giudiziaria: “il dibattito ormai ha reso evidente quali siano gli interessi particolari e l’interesse generale in gioco in questa annosa vicenda.”
Ettore Bucciero
Palazzi di giustizia
Il 31 gennaio di quest’anno, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, il Presidente della Corte di Appello di Bari – che è anche il Presidente della Commissione di Manutenzione – affermava: “Sul tema (dell’edilizia giudiziaria, n.d.s.) la Commissione di Manutenzione, nei limiti della sua competenza, ha espresso più volte il suo parere favorevole per una “soluzione unitaria”; ma permane la precedente situazione di impasse……e continua – sui media e nelle sedi istituzionali – un dibattito che ormai ha reso evidenti quali siano gli interessi particolari e l’interesse generale in gioco in questa annosa vicenda”.A tutt’oggi, però, nel mentre è perfettamente chiaro qual’è l’interesse generale, sostanziandosi nella necessità di poter amministrare la giustizia in sedi funzionali, razionali, dignitose e quindi idonee per superfici e volumi, non sono invece emersi quegli interessi particolari che si contrappongono all’interesse generale per l’ordinato fluire della vita giudiziaria.Sorprende pertanto l’intervento di Telesforo che, in luogo di sceverare questi “interessi particolari” onde denunciarli, contrastarli ed evitare che danneggino l’interesse generale, propone invece di azzerare il passato e ricominciare daccapo a discutere “serenamente”.Non è pertanto chiaro qual’è il fine che si propone l’illustre architetto ma è chiaro che, per discutere “serenamente”, occorre una notevole dose d’umiltà, utile innanzitutto ad evitare sia di pretermettere i fatti per sostituirli con i desideri sia di varcare la soglia delle altrui competenze.Affermare infatti – come fa Telesforo – che le esigenze degli spazi giudiziari vanno “riconsiderate” e che si può partire da una piccola struttura per poi ampliarla di mano in mano, significa non solo sostituirsi all’unico organo deputato per legge (la Commissione di Manutenzione insieme peraltro al Ministero della Giustizia) a stabilire quali siano dette esigenze di spazi e volumi, ma anche dimenticare che tutti gli operatori di giustizia (avvocati, magistrati, cancellieri) e ultimamente anche il sindaco, hanno da tempo chiarito quali enormi vantaggi di funzionalità e risparmio di costi di gestione comporta l’accorpamento in un’unica sede degli attuali fatiscenti, illegittimi, irrazionali palazzi di giustizia sparsi nel territorio comunale.Certo, rilevare che Telesforo non sponsorizza più la soluzione di due o tre palazzi di giustizia nella lottizzazione della Bari due S.r.l. nei pressi di Parco Adria, può rappresentare una gradita sorpresa non meno di quella della sua nuova opzione urbanistica nei pressi dello Stadio e verso Carbonara, localizzazione da Telesforo ora considerata “baricentrica” e, ottimale dal punto di vista dei trasporti e quindi della accessibilità.Ciò però che non quadra nella esposizione di Telesforo è la facilità con la quale affronta il tema principale, quello sul quale hanno incontrato insormontabili difficoltà coloro che si sono opposti e si oppongono tuttora alla proposta della S.p.A. Pizzarotti: vale a dire il problema delle risorse economiche.Dire come fa Telesforo che “una certa quota di denaro pubblico potrebbe divenire disponibile” è talmente vago da apparire oscuro sia quanto all’entità dell’intervento sia alla individuazione dell’ente pubblico erogatore, ben sapendo che il bilancio del Ministero della Giustizia a stento ha le risorse per la manutenzione dei palazzi di giustizia e che meno che mai un ente locale potrebbe soccorrere con le proprie finanze.Ecco il motivo per il quale sinora la proposta della S.p.A. Pizzarotti è risultata imbattibile perchè senza confronti plausibili: una proposta finanziaria a costo zero – per il Ministero e per il Comune – che nessuno ha potuto sinora eguagliare nè contrastare se non con il fumo negli occhi di quelle poposte – tipo Arcipelago – che si sono squagliate come neve al sole.E’ questo fumo, è questa cortina fumogena che sinora ha nascosto quegli “interessi particolari” che la Corte d’Appello ha denunciato.
Ettore Bucciero
Emiliano si è cacciato in un “cul de sac”
Dicono che le logiche del sindaco di Bari siano incomprensibili. E’ più facile e vero dire che Emiliano non ha una logica
Infatti sul tema della edilizia giudiziaria, Emiliano si è ficcato in “cul de sac”, dal quale nemmeno le anguille come lui riescono a fuggire.
Egli, il sindaco, per essersi incaponito ad ostracizzare la soluzione Cittadella di Pizzarotti, ora non sa più a che santo votarsi, e ormai non lo soccorrono più nemmeno i tanti “esperti” giuridici e tecnici che da oltre cinque anni hanno tentato di fargli da spalla con alibi che si sono rivelati pure “invenzioni”: dai tabù delle varianti urbanistiche ai vari “Arcipelaghi”.
Siamo quindi arrivati al dunque, irrisolvibile e che così si può sintetizzare:
- Emiliano era, da p.m., favorevole alla Cittadella, in zona decentrata: avrebbe rappresentato – diceva- un “nuovo rinascimento della città”;
- Eletto sindaco cambiò improvvisamente idea perché nel frattempo la gara era stata vinta da Pizzarotti (di Parma e non di Bari);
- Affermò che la necessaria variante urbanistica (da suolo agricolo a suolo per la giustizia) era intollerabile (anche se fosse stata compensata con la retrocessione da suolo edificatorio a suolo agricolo di un suolo di pari estensione come aveva offerto Pizzarotti);
- Aggiunse che, invece di una sede unica (come volevano tutti) si poteva ricorrere ad un “arcipelago” di varii palazzi sparsi;
- Nonostante queste perentorie prese di posizione, in cinque anni non ha trovato la “voglia” (né i soldi) per mantenere quanto affermato e promesso;
- Nel frattempo due anni orsono la Corte d’Appello ha confermato che il palazzo per gli uffici penali è illegittimo: togliendo al sindaco la possibilità di perdere ancora tempo e portare le cose all’infinito per stancare Pizzarotti;
- Il quale, con più sentenze del Consiglio di Stato e della Cassazione, ottiene il riconoscimento del suo buon diritto ad una logica conclusione del procedimento della gara per la ricerca di mercato;
- In due anni, però, il sindaco non trova il rimedio per una soluzione provvisoria al necessitato fratto del palazzo di via Nazariantz (ex Mininni, ora INAIL);
- anzi – per evitare responsabilità civili, penali ed erariali- ordina di sgombrare il pericolante palazzo delle aule per le udienze e i dibattimenti, ma nel contempo non provvede di conseguenza;
- Adesso, con l’acqua alla gola, afferma che c’è un’emergenza che va risolta con “metodi d’emergenza”;
- Adesso è favorevole alla Cittadella (non più agli “arcipelaghi”) ma sul suolo ove doveva sorgere il fu 2° Palazzo;
- Adesso è favorevole alla variante ma questa volta per la “sua” Cittadella del Cimitero;
- Adesso però non sa come fare perché la variante sarebbe illegittima perché il quartiere Libertà è totalmente privo di “servizi per la residenza” ed anzi è al di sotto del 350% rispetto agli standard’s;
- Adesso non si ricorda più che il Comune è in credito dai Mininni di un palazzo (da adibire a servizi per la residenza del Libertà) da costruire su quello stesso suolo dove vuole fare la Cittadella del Cimitero.
Insomma, Emiliano è ormai nel pallone e i suoi “esperti” (avvocati, ingegneri, urbanisti varii) non gli hanno ancora suggerito la dritta per trovare i soldi necessari a soddisfare queste sue vogliose fantasie.
Ettore Bucciero
Le “distrazioni” di Emiliano: reiterate e specifiche
In attesa di verificare se il PD verrà governato collegialmente o se le decisioni le prenderà da solo il nuovo segretario regionale, c’è da rilevare che i risultati elettorali hanno deluso le aspettative di Emiliano e c’è da chiedersi se il calo dei consensi non sia addebitabile alla scarsa credibilità del segretario regionale uscente.Infatti tutti hanno letto una settimana prima del voto (Corriere del Mezzogiorno 18/10/09) che Emiliano aveva confessato come “distrazione imperdonabile” l’aver candidato – nella sua lista per le primarie del PD – l’ex consigliere comunale Nino Anaclerio (ex varii partiti, ora PD) in violazione dello statuto del PD, in quanto rinviato a giudizio per gravi fatti di estorsione.Pur sorvolando sulla circostanza che ci si candida o si viene candidati nella lista di colui che, quale Segretario uscente, avrebbe dovuto essere il massimo tutore dello statuto, probabilmente molti elettori hanno rilevato che il Segretario Emiliano non si era distratto solo sul caso Anaclerio.Impegnato su mille fronti, non si era avveduto di essersi “distratto” anche sul caso di quel tale Savarese/Parigino, indagato o imputato (e proprio dall’ex pm Emiliano) per altrettanto gravi fatti.E si è “distratto” pure quando ha candidato nelle ultime europee, anche contro il suo stesso Partito, l’imprenditore Gerardo De Gennaro che è, insieme ai suoi tre fratelli, socio della onnipresente DEC.E De Gennaro (e i suoi fratelli) risulterebbe inquisito: 1) per truffa nelle pubbliche forniture in relazione al parcheggio di piazza Giulio Cesare 2) nonchè per il parcheggio di Piazza Cesare Battisti anche per reati ambientali 3) e pure per il Centro Direzionale del S. Paolo anche per turbativa d’asta e per corruzione connessa all’aggiudicazione della gara.Senza dimenticare che il De Gennaro fu indagato – ma dell’esito del procedimento nulla si sa ormai – in relazione allo scandalo della Formazione Professionale.Ora Emiliano può anche addebitare alla sua memoria il singolo caso ma, se i precedenti sono tanti e specifici e reiterati, molti hanno pensato che, da attento e implacabile se–dicente sostituto procuratore si era trasformato in un segretario di partito (nonchè sindaco di una grande città, presidente di ASI, di Fondazione ecc.) talmente distratto da apparire superficiale nelle sue amicizie e stime o addirittura lassista.Al punto che non si avvede – e i suoi sodali con lui – di quanto egli sia stato “inopportuno” nel nominare assessore uno stretto parente di quei De Gennaro.Se il sindaco, con tale nomina, abbia voluto dare un “segnale” della sua potenza incontrollata non possiamo che prenderne atto e con noi anche molti del PD che non hanno voluto votarlo dando a quanto pare al “segnale” una amaramente diversa.
Ettore Bucciero
BARI 11/01/2010
Cittadella: Emiliano il rimestatore


